L’Arte della felicità

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Un amore fraterno. Due vite differenti e lontane ma un’anima sola. Sono questi gli ingredienti  del pluripremiato film di Alessandro Rak.

Ambientato in un taxi , che altro non è che “una  gabbia percettiva, un filtro attraverso il quale ognuno di noi guarda la realtà” – spiega il regista, presente in sala dopo la proiezione – in una Napoli sull’orlo del  degrado. Sergio, tassista quarantenne, riceve una notizia tremenda. Il  fratello  Alberto, ormai da dieci monaco buddista in Tibet, è morto.

Questo sconvolgerà la sua vita. Niente sarà più come prima e Sergio dovrà fare  i conti con sé stesso. Ciò che vedrà di sé è solo un’ uomo mediocre che ha abbandonato la musica, la sua più grande passione, per condurre una vita che non gli appartiene. Un uomo travolto da un  vortice di rimpianti e sofferenza. Un forte disagio esistenziale  sottolineato  dalla pioggia battente che accompagna le scene di  tutto il film.

Una giovane violinista, un “riciclatore” di macchine usate, un vecchio zio e uno speaker radiofonico lo accompagneranno nei suoi viaggi aiutandolo   a riportare a galla piccoli frammenti del caro fratello defunto e a fare un po’ di  chiarezza dentro di  sé.

Alla fine  il sole tornerà a splendere alto in cielo: fine assoluta o nuovo inizio?

Un film emozionante, riflessivo e per certi versi “apocalittico“.

Consigliatissimo.

 

Silvia Fontana
redazione

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